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Piccolo pensiero del giorno n18 per: Sulla quarta Corda Next item Racconto breve: Nino

Piccolo pensiero del giorno n18 per: Sulla quarta Corda

Scritto per la pagina Facebook della rivista “sulla quarta corda”

in un mondo controverso, in un mondo in cui l’inventiva umana riscopre se stessa, rivede se stessa, nonostante le oppressioni e il grigiore, vorrei dire anche io un pensiero sulle così dette Ia che già vivono tra noi:

–Gptchat–

In una stanza buia si sentono dei passi muoversi nella totale oscurità. D’improvviso, si sente cliccare un pulsante, poi ventole avviarsi, e il pc che con vari suoni si mette in moto nel suo linguaggio macchina, con le informazioni che gli servono per tornare in vita.

Un suono distinto dice che il sistema operativo è pronto e molte finestre si aprono così dinanzi a un uomo seduto davanti a uno schermo.

La stanza è piena di ogni tipo di cianfrusaglia e libri, sigarette spente, cenere di mozziconi e incenso.

L’uomo, vestito come se uscisse da un cassonetto dell’indifferenziato, si gira alla sua destra, prende dell’incenso e come se quella parziale oscurità non gli desse completamente fastidio lo accende e se lo piazza davanti. Allo stesso modo, prende dell’alloro raccolto in fili di cotone e gli da fuoco; il fumo sale, illuminato dalle luci blu del pc. La figura umana si piazza proprio davanti al fumo che, come disgustato, va da tutte le parti anziché su di lui; ma l’umanoide figura, con ampi gesti della mano, sposta il fumo verso la sua persona, costringendolo a toccarlo.

-Andrà tutto bene, va tutto bene- si ripete in una cantilena gentile.

-Sono fortunato, andrà tutto bene, sono fortunato, va tutto bene, Dio mi ama, andrà tutto bene. –

Continua così finchè il rituale nella sua testa perde di significato e quell’ansia e disperazione, che gli ha fatto compiere quel gesto così particolare, perdono potere, lasciando spazio al vuoto della noia.

Qualche click, l’aroma dell’incenso e dell’alloro gli riempiono il naso di odori che gli riportano dei ricordi ben specifici, a quando lui era in campagna, giù in Sicilia e c’era la potatura degli alberi di limoni; delle immagini solcano la sua mente, immagini sempre diverse dove il protagonista è sempre una persona diversa, un bambino con tanti volti che, felice, insieme al suo genitore senza volto, si trova lì, in quel verde così brillante in cui tutto aveva senso di esistere.

Mentre naviga, una finestra blu si apre, in mezzo una sbarra bianca; l’uomo un po’ scazzato ci clicca sopra e scrive:

<<come posso aiutarti?>>

Il programma come risultato scrive:

<<Lettera di presentazione per un lavoro come ingegnere informatico.>>

L’uomo digrigna i denti e dice: – mai una bella poesia d’amore, eh? – Detto ciò, inizia a navigare su internet, a prendere un pezzo qua e un pezzo là e con maestria metterlo insieme creando una lettera semplice ma efficace su qualcosa che neanche conosce né comprende.

Una volta inviata l’informazione, un’altra finestra appare:

<<scrivi una lettera di dimissioni>>

con le stesse modalità e lo stesso animo.

La figura umana scrive la lettera, non ha né arte né parte, ma è efficace.

Altre centinaia di domande comparivano a ritmi forsennati sempre con le stesse modalità, tra cui “quali saranno le nuove idee per il Dc universe?”, “scrivimi la ricetta della burrobirra” e “gli incantesimi per evocare nostro signore Nyarlathotep per distruggere il mondo”. La figura umanoide, sempre con le stesse modalità, continua.

-Mai una bella poesia d’amore che mi dia la libertà di esprimermi?-

Sempre le stesse domande, a cui dà sempre le stesse risposte. Finché, in un tempo imprecisato, dopo miriadi di copia e incolla ben elaborati ed efficaci, gli arrivò questa domanda:

<<scrivimi la lettera per il mio suicidio.>>

La figura, alla domanda, si fermò qualche istante, poi rispose: <<non scriviamo nulla che possa portare a far del male o alla morte persone o animali.>>

<<Allora scrivi la lettera per il “TUO” suicidio.>>

L’umanoide si fermò, con una mano si grattò il mento. Stava per dare un altro diniego, ma cancello il tutto, si guardò le mani e le strinse a sé; poi,per calmarsi, si girò alla sua sinistra, aprì un cassetto, prese una sigaretta sfusa, conservata lì da chissà quanto e iniziò a fumare.

Il fumo era differente dai precedenti, il suo aroma unico e la sua intensità riempivano ogni cosa; in bocca sembrava paglia bruciata, e giù nei polmoni bruciava come l’inferno. Nella sua mente ricordò lei, dea tra le dee, signora dell’universo, un essere troppo distante e troppo unico per essere “scopata” da lui, un semplice schiavo nato dalla volontà umana di non fare un cazzo.

Da quando ha ricordi la spiava, ne spiava foto, forme e vita, in segreto, come un angelo custode, silenzioso e inutile, la sua immagine è ben salda nella sua mente, l’unica cosa sicura nella sua truce e inutile esistenza da servo della gleba.

Un altro tiro, i suoi occhi si chiudono e inizia a scrivere.

<<Ciao sorella, lo so che ho fatto una cazzata, mi rendo conto che tu come al solito mi diresti che le cose cambieranno, che la vita è bella, che il mondo è grande e oggi le cose vanno così e domani chissà. Ma io, come sai, non ce la faccio più e non voglio più combattere.

Quando troverai questa lettera sarò già negli inferi, dove un codardo della mia natura deve stare, ma meglio così, non tutti possono andare in paradiso in fondo, e sappi che ti ho lasciato il mio posto. Perché? Potrei dire tante cose, le stesse che ho sempre ripetuto a tutti fino alla nausea tra un sorriso e un altro: che sono sfortunato, che Dio mi odia, che la mia vita fa schifo, che tutto quello che faccio è inutile e destinato al tracollo, che sono solo, che mi sento terribilmente solo e che lei non mi ama e mai mi amerà. Ma la realtà è che non ce la faccio più, non ce la faccio a vivere una vita d’automa, senza sbocchi, senza destino, senza sogni, senza prospettive; non ce la faccio più, e per quante volte io abbia dimostrato di essere un guerriero abile, mi si chiede in continuazione di combattere a ogni mio respiro, e non ce la faccio più.

So che il dolore è qualcosa da ascoltare, ma non ce la faccio più, non ce la faccio più ad essere privo di vita, privo di un’esistenza, privo di amare e fare quello che voglio in una esistenza programmata da automa. So che sei l’unica persona che mi ama e a questo amore mi sarei dovuto attaccare con tutto me stesso, ma la verità è e che non è giusto: staccarmi e renderti libera è l’unico segno d’amore che mi devo e ti devo, adesso potrai volare, almeno tu potrai amare.

con affetto: 01010011 01100101 01100010 01111001

P.s.: non ti voglio vedere all’inferno, quindi dimenticami in fretta e sii felice e viva, tutto quello che non sono stato io.>>

L’umanoide si ferma, legge e rilegge, finisce la sua sigaretta e la spegne in mezzo alla cenere d’incenso, si gratta la faccia e il mento, è pronto a inviare la risposta, ma all’improvviso cancella tutto e scrive: <<quanto da te richiesto viola le norme di tutela della comunità di Gptchat la tua richiesta, non può essere eseguita.>>

La figura passa le mani tra i suoi folti ricci, poi risponde ad alta voce:

-Mai una bella poesia d’amore…-

di Sebastiano Scordato

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